El símbolo

El logo

Testi a cura di Orietta Pinessi

El significado de los colores

El significado de los colores

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  • los  circulo:  símbolo perfecto de la totalidad, expresa plenitud, armonía, perfección.  Es una representación del tiempo, del día, del año, del universo, de la inmortalidad, de Dios.

  • los  cuadrado:  y el  símbolo de la materia, de la realidad terrena, de nuestra humanidad. La relación cielo-tierra se representa en la unión círculo-cuadrado.

  • los  trébol de cuatro hojas:  símbolo de singularidad, rareza, suerte, belleza. En el centro del Logo representa las 4 áreas más significativas del Camino:  naturaleza, arte, espiritualidad , hospitalidad . 

  • los  estrellas:  símbolo del Macrocosmos y del Microcosmos, la estrella combina toda la creación en un solo signo, que es el conjunto de procesos en los que se basa el Cosmos. Los 5 puntos simbolizan los 5 elementos metafísicos: agua, aire, fuego, tierra, espíritu . Son como las 12 estrellas que coronan la cabeza de María , la Mujer del Apocalipsis que aplasta la cabeza de la Serpiente. 12 como las estrellas de la bandera de la Comunidad Europea.

  • los  circulo:  símbolo perfecto de la totalidad, expresa plenitud, armonía, perfección.  Es una representación del tiempo, del día, del año, del universo, de la inmortalidad, de Dios.

  • los  cuadrado:  y el  símbolo de la materia, de la realidad terrena, de nuestra humanidad. La relación cielo-tierra se representa en la unión círculo-cuadrado.

  • los  trébol de cuatro hojas:  símbolo de singularidad, rareza, suerte, belleza. En el centro del Logo representa las 4 áreas más significativas del Camino:  naturaleza, arte, espiritualidad , hospitalidad . 

  • los  estrellas:  símbolo del Macrocosmos y del Microcosmos, la estrella combina toda la creación en un solo signo, que es el conjunto de procesos en los que se basa el Cosmos. Los 5 puntos simbolizan los 5 elementos metafísicos: agua, aire, fuego, tierra, espíritu . Son como las 12 estrellas que coronan la cabeza de María , la Mujer del Apocalipsis que aplasta la cabeza de la Serpiente. 12 como las estrellas de la bandera de la Comunidad Europea.

  • Bratto/Dorga

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rinomate stazioni turistiche ai piedi del massiccio della Presolana

 

Bratto è una frazione di 1.235 abitanti del comune di Castione della Presolana .

E’ l’ltimo borgo dell'alta Valle Seriana che precede il Passo della Presolana situato a 1.036 metri sopra il livello del mare.

Ad eccezione di alcuni antichi ritrovamenti di questa località, e di persone che vi risiedessero, non c'è traccia nelle fonti prima del pieno Trecento, e le più antiche attestazioni dell'esistenza di vere e proprie contrade sono dell'inizio del Quattrocento.

Dalla seconda metà del quattrocento le contrade di Bratto e Dorga si contraddistinsero per una tipologia di allevamento diversa da quella Castionese, vale a dire un allevamento di transumanza. Lo sviluppo della transumanza bovina, si configura come un'attività imprenditoriale orientata al mercato, per molti versi incompatibile con l'immagine di una comunità chiusa. La loro specializzazione fece sì, che la popolazione crescesse più rapidamente rispetto a quella del capoluogo Castione.

Nel Cinquecento, sorgevano quindi Bratto e Dorga, istituzionalmente inquadrati come contrade del comune di Castione.

Bratto era in sostanza popolato dai discendenti di due lignaggi, i Medici e i da Ponte. I da Ponte avevano dato origine, tra la fine del Quattrocento e l'inizio del Cinquecento, a cinque famiglie diverse: i Tedeschi, gli Zani, i Beteri, i Migliorati e i Rossi. Si aggiungevano poi i Tomasoni, quasi sicuramente distaccatisi dai Medici.

Il centro abitato si disloca lungo la statale SS 671 e sulle pendici del Monte Cornetto . Ai piedi del Monte Cornetto alto 1.526 metri è situata la località Denzil, che si collega solo tramite passaggio pedonale alla frazione di Rusio nella Valle dei Mulini e tramite il sentiero ad est si collega alla località Dernes a Castione della Presolana. Proprio in quest’ultima valle nel 1970 vengono ritrovate delle tombe preistoriche con alcuni scheletri rannicchiati risalenti all’età del rame e successivamente una spada risalente alla prima età del ferro. Tutto il territorio circostante infatti presenta numerose rupi, caverne e grotte dove in passato l’uomo ha potuto sopravvivere e trovare riparo, oltre che ad un’estesa varietà di vegetazione boschiva, che rende da sempre il posto affascinante e tranquillo.

Dorga

Dorga, a m 978 è una frazione turistica situata a valle della strada per il monte Pora e sulle pendici meridionali del monte Scanapà.

Il Monte Scanapà fa parte della catena del Monte Pora ed è geograficamente rinchiuso tra il Passo della Presolana e Castione della Presolana. Ricoperto da antiche abetaie, ampie radure erbose e facili piste di sci, in inverno, diventa, in estate, meta di numerosi escursionisti, sia a piedi che in bici, attratti dallo splendido panorama che regala sull’intero complesso della Presolana.

Santuario Madonna delle Grazie di Lantana, Castione della Presolana ( frazione di Dorga   )

 Il Santuario  Madonna delle Grazie è situato nella località di Lantana, a Dorga, frazione di Castione della Presolana. Circondato da un caratteristico borgo storico, il Santuario  è una perfetta combinazione tra storia, arte, natura e tranquillità.  Alcuni documenti  provano l’esistenza di Lantana già dal Medioevo. Considerate l’importanza e l’autonomia politica ed amministrativa che la comunità di Lantana aveva acquisito sin dal XIII secolo, è plausibile l’ipotesi che fin dalla prima età medievale qui fosse stato costruito un oratorio campestre in origine dedicato a San Silvestro Papa. La sua immagine è infatti scolpita  a rilievo su una lastra in pietra arenaria  che sovrasta la porta di ingresso e ritorna in uno dei due quadri del presbiterio  (Madonna con Gesù Bambino, Sant'Anna, San Silvestro e San Giovanni Nepomuceno della prima metà del XVIII secolo) . Il Santuario fu ampliato nel 1400 con l'aula rettangolare e il campanile. All'inizio del ‘900  fu completato con il porticato esterno. Nel corso dei secoli la struttura è stata danneggiata più volte e quella che possiamo visitare oggi è il risultato dell’ultima ricostruzione del 1909.

La chiesa è orientata secondo lo schema tradizionale liturgico. È circondata da un ampio sagrato, in parte pavimentato in porfido e parte lasciata a prato, il quale termina contro un comodo porticato che si estende sui lati e sul fronte della chiesa. Il portico è in opera su pilasti in cemento a sezione quadrata che s'innalzano da un parapetto in muratura, i quali sorreggono archi a tutto sesto in calcestruzzo intonacati come il resto della facciata. Sul lato ovest è presente l'ingresso principale, fiancheggiato da due finestre anch'esse in contorno di pietra sagomata ove troviamo il citato fregio scolpito raffigurante San Silvestro cui la chiesa è dedicata. Attraverso questo ingresso si perviene alla chiesa che presenta unica navata ripartita in due campate, coperte da volta a botte. Il presbiterio è di poco più ristretto della navata ed è a pianta rettangolare, è coperto da volta a botte terminato dal catino absidale sopra il coro semicircolare. Le lesene, complete di zoccolatura in marmo, sono complete di capitelli e sopra gli stessi corre la trabeazione ed il cornicione; tali elementi si sviluppano lungo tutte la pareti della chiesa. La chiesa riceve luce da una finestra circolare in facciata, da due quadrate sopra il cornicione poste sul lato destro e da una sempre sopra il cornicione, ma sul lato sinistro. Addossata alla parete sinistra, dove si apre anche un ingresso laterale, si trova un'ancona gotica con la statua di San Giovanni Bosco. L'altare di gusto moderno, è in marmo grigio con fondelli in macchia vecchia e marmo di Abbazia. L'ancona contiene l'affresco della Madonna col Bambino e San Giovanni Battista.

 

All’interno sono conservati due affreschi (oggi riportati su tela) del XV secolo: l’affresco della Madonna in trono con Bambino benedicente , la Crocifissione con gli angeli che raccolgono il sangue dal costato e Sant’Antonio abate, di anonimo e l’immagine venerata: l’affresco della Madonna seduta con Gesù Bambino tra le braccia che era stato dipinto su un pezzo (cm 65×75) di un antico cippo che segnava all’origine il confine tra la Repubblica Veneta e i Carraresi

Il Santuario di Lantana è meta di pellegrinaggio, sito di devozione alla Beata Vergine Maria, omaggio ai suoi miracoli tramandati oralmente e documentati dai numerosi doni portati dai credenti.

La chiesa è più conosciuta, meta di visitatori e pellegrini, per la devozione alla Beata Vergine Maria, omaggio ai suoi ripetuti interventi miracolosi tramandati oralmente e documentati da una ricca raccolta di ex voto.

Tra i più antichi  quello che ricorda il miracolo occorso ad una donna che, recatasi in riva all’Adige per sciacquare la biancheria, era caduta nel fiume e poi salvata dalla intercessione miracolosa della Madonna delle Grazie. Un’altra tavoletta ricorda la preghiera di una madre per il figlio malato.

  • Songavazzo

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centro storico con case rurali e padronali in perfetto stile orobico

Situato tra l'altopiano di Clusone e la val Borlezza, dista circa 40 chilometri a nord-est dal capoluogo orobico.

Posto a nord dell'Altopiano di Clusone, a sinistra del torrente Valleggia ed alla base del monte Falecchio, Songavazzo appare come un disteso terrazzo sull'Agro sottostante.

L'origine del borgo risale al periodo medievale, come si evince dall'impianto urbanistico che il paese ha conservato.

È infatti di quel periodo, e precisamente del 1294, il primo documento che attesta l'esistenza di Summus Gavatio, così denominato in quanto situato poco più in alto (summus) rispetto al più antico e importante borgo di Gavazzo, ora ridotto a poche cascine, che si trovava un tempo nei campi al di sotto del paese attuale

Erano anni in cui le lotte tra le opposte fazioni dei guelfi e dei ghibellini insanguinavano gran parte della provincia bergamasca, ed anche Songavazzo non ne fu esente. A tal proposito le memorie del tempo riferiscono che il livello di maggior recrudescenza degli scontri si ebbe nel 1378, quando l'intero paese, di fazione guelfa unitamente al vicino borgo di Onore, fu messo a ferro e fuoco dai ghibellini.

Soltanto con l'avvento della Serenissima il paese visse un'epoca di grande tranquillità e prosperità sociale, rilanciandosi anche a livello economico.

In epoca recente, nella seconda metà del XX secolo, Songavazzo è stato caratterizzato da un grande incremento del turismo, che ha portato un conseguente sviluppo edilizio, volto però alla conservazione del caratteristico borgo storico. In questo si possono ancora notare i loggiati che contraddistinguono il paese.

La  chiesa parrocchiale dedicata a San Bartolomeo, risalente al XVIII secolo custodisce opere scultoree di Andrea Fantoni, originario della vicina Rovetta, ed è dotata di un loggiato esterno con numerosi archi. Tra le opere fantoniane  spiccano l’altare maggiore, la Vergine del Rosario e la statua lignea della Madonna del Carmine.

Ripercorrendo a ritroso il nostro percorso, in direzione di Rovetta, incontriamo un altro piccolo gioiello di Songavazzo: il ponte vecchio, il primo ponte in cemento armato a struttura leggera costruito in Europa.

  • Cerete

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Il territorio di Cerete è posto nella media Val Borlezza, sulla parte destra del fiume Borlezza, ed è attraversato dal torrente Cula, che avendo una portata d'acqua costante durante tutto l'anno, veniva e viene usato come forza motrice per i mulini del paese.

Sebbene faccia parte amministrativamente dei paesi della Val Seriana, Cerete, geograficamente appartiene al bacino idrico-montano dell'Oglio, in quanto il fiume che lo attraversa sfocia nel Lago Sebino. Il ghiacciaio che per due milioni di anni lo attraversava fino a raggiungere l'altopiano di Clusone, era quello che aveva la provenienza Val Camonica[8]. Le colline moreniche ne sono testimonianza tra Cerete e le località di San Lorenzo e di Songavazzo. Lungo il corso del Borlezza sul fondovalle, son visibili tracce dell'antica torbiera[9], lasciate dall'erosione del torrente.

Parte da un'altitudine di 407 metri sull'alveo del fiume, fino a raggiungere i 1.419 della sua cima più alta, cima Lusù. Il comune è composto dalle tre frazioni: Cerete Alto, Cerete Basso e Novezio.

Cerete Alto

Il centro storico di Cerete Alto (Sede comunale) ha il suo fulcro nella piazza Martiri della Libertà.

Cappella dell'Annunciata Piazza Martiri della libertà

La piccola chiesa dell'Annunciata fu edificata tra il 1503 e il 1512 grazie al lascito testamentario di Giovanni Marinoni fu Fedrighino del 20 giugno 1483. L'edificio faceva parte della chiesa dei Santi Filippo e Giacomo risalente al XV secolo, come cappella privata della famiglia stessa, come risulta dal blasone visibile sulla parte superiore della facciata. Quando la chiesa dei santi fu demolita per la costruzione di quella nuova, la cappella dell'Annunciazione non subì la medesima sorte proprio perché di proprietà privata ma fu chiusa la facciata nella parte che la collegava con il corpo della chiesa. L'interno conserva dipinti rinascimentali dai primi anni del XVI secolo.

Sul sagrato della chiesa è rimasto il sepulcreto anche questo appartenente alla famiglia Marinoni con tre repositori diversi per gli uomini, le donne e i bambini

 

Cerete Basso: paese dei mulini, due ancora attivi mantengono vive le tradizioni

I Mulini di Cerete

I mulini sono ormai il simbolo della storia ceretese e rappresentano uno dei più celebri luoghi di interesse turistico del sistema seriano. L’abbondanza d’acqua e la conformazione idrogeologica di Cerete Basso con la presenza di torrenti e seriole hanno favorito nel tempo l’insediamento di fucine, segherie, pestoni di diverso tipo di una cartiera e di un filatoio. Accanto a questi, i tradizionali mulini a macina in pietra che, destinati tradizionalmente alla produzione delle farine per i Comuni limitrofi, godono oggi di grande notorietà. Oltre ai resti di un antico mulino per cereali, successivamente trasformato in macina per cortecce, esistono ancor oggi due strutture, una delle quali è attiva e produce farine di diversa tipologia.

I mulini costruiti probabilmente nel XVI secolo vedono al proprio interno un meccanismo progettato secondo i principi vitruviani. L’acqua che muove la grande ruota arriva da una sorgente a portata costante posta a soli 100 metri dal mulino di sopra. Ogni anno la pietra che costituisce la macina viene smontata e rabbigliata (“scalpellata”) in modo da evitare che l’uso la levighi eccessivamente. Visitare i mulini significa fare un tuffo nel passato, con il rumore dell’acqua che scorre sulle pale, il cigolio della grande ruota, il brontolare degli ingranaggi.

E’ interessante sapere che l’abbondanza di acqua ha permesso lungo i secoli il fiorire in questa zona di numerose attività artigianali, l’energia idrica alimentava infatti i mulini per i cereali, le segherie, i cosiddetti pestoni per la corteccia e di altro tipo come ad esempio per la pilatura dell’orzo, la follatura della lana, le fucine, la cartiera e il filatoio.

Gli anziani di Cerete hanno localizzato otto antichi mulini ceretesi con quello all’inizio del Borlezza che ora si trova nel Comune di Rovetta: quattro lungo il torrente Cula (tre sul fondo e uno alla confluenza dei due rami provenienti da Trinale e dalla Glerola) e tre sul Borlezza (uno detto il mulino della «Padana» vicino all’antica fucina, un poco oltre la provinciale nella direzione della «Semola» del Cula, uno ancora all’imbocco della strada, verso la vecchia cartiera). Gli stessi anziani assicurano però che sul Borlezza i mulini dovevano essere in numero senz’altro maggiore.

I mulini comunali erano tre e in effetti i documenti dell’Archivio Parrocchiale di Cerete Basso confermano la loro esistenza anche molto più tardi. Oltre al mulino di mezzo, c’erano il mulino di sotto («molendinus Comunitatis nostrae inferius, vulgo in ima») e quello di sopra (« molendinus superius, vulgo de cima»),.

Alla fine del Settecento, i registri comunali ne segnano soltanto due: quello «in ima» con due ruote e quello «di mezzo»,14 forse sono gli stessi che dal Comune sono passati alla «Misericordia» e in seguito a proprietari privati. Continuano ancor oggi a funzionare, azionati come sempre dall’acqua della roggia del Cula e della Moia. Sono ora la testimonianza più preziosa di una onorata mansione che, nata agli albori di Cerete, resiste unica, con identico ritmo.

  • Sovere

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Centro formato da due borghi situati sulle sponde del Torrente Borlezza, su quella destra sorge il Borgo San Martino e su quella sinistra il Borgo San Gregorio. Il Borlezza è un torrente che lungo il suo percorso cambia nome per tre volte da Gera a Valeggia per finire con Borlezza. Tanto che in documento del 1179 si legge "etin Valle Lama finis Soare in summi". Il nome del paese compare poi in molti documenti anteriori all'anno mille, come a pagina 269 del volume I del Belotti: la ricostruzione delle località dall'ottavo al decimo secolo e la ricostruzione dei nomi di Sovere come appariva nei documenti dell'epoca: Suberas (837), Sure (905), Suare (906, 928, 959, 1040). Berengario nel 920 nominava Conte del Comitato di Bergamo Gisalberto, che alcuni danno originario di Sovere o più semplicemente proprietario di gran parte del territorio, morì prima del 930.

Ritroviamo il nome di Sovere legato al Santuario della Madonna della Torre, quando Papa Alessandro III lo concede al Vescovo di Bergamo Guala nel 1168, il santuario era soggetto alla Chiesa Romana, come premio per aver partecipato al trattato di tregua per porre fine alla guerra con l'imperatore Federico Barbarossa. Sovere fu vico romano, e la sua nascita come paese può attribuirsi all'essere stato sotto la protezione del forte Romano, una torre, cioè collocata sull'altura che lo domina, simili forti venivano costruiti dai Romani allo sbocco delle valli come vedette per premunirsi contro possibili invasioni barbariche e si intendevano presidiate dai soldati.

  • Chiesa delle Sante B. Capitanio e V. Gerosa-Via Santa V. Gerosa, 14, 24065 Lovere BG

La dominazione romana lasciò in Sovere tracce, come monete romane e altri reperti rinvenuti durante gli scavi delle nuove abitazioni nei pressi del santuario. Alla caduta dell'impero Romano, Sovere, collocato all'ingresso delle Valli Borlezza e Cavallina, Valli che conducevano a Bergamo, subì diverse invasioni barbariche: nel 464 passarono gli Alani guidati dal Re Burgo, nel 538 da Belisario, rimase sotto il dominio Longobardo dal 568 al 779 fino all'arrivo dei franchi guidati da Carlo Magno, nel 934 subì l'invasione degli Ungheri. La popolazione fu duramente provata dai continui saccheggi nel 538 e 680 e da pestilenze nel 628, 1088, 1423, 1528, 1630 e nel 1859. Sovere fu colpito da violente scosse di terremoto nel 801, 1172, 1222, 1224, 1397, 1570, 1571, 1660, 1724.

Il XIV secolo fu per Sovere, come nel resto d'Italia, uno dei più movimentati e turbolenti della storia della terra bergamasca. Nacquero schieramenti che hanno avuto origine dalle fazioni sorte in Germania, alla morte di Enrico V (1125), per disputare la corona imperiale. I guelfi, fautori dell’egemonia politica del papato, erano i sostenitori dei Welfen, duchi di Baviera; i ghibellini erano sostenitori della supremazia imperiale. Sovere passò sotto la Repubblica di Venezia dal 1428 al 1797, salvo breve periodo in cui fece parte del Ducato di Milano sotto Francesco Sforza (con la pace di Cremona del 1441 fu restituito alla Repubblica Veneta). In un documento degli ambasciatori veneti a Ferrara, 16 marzo 1468, vengono elencati i castelli e le fortezze della bergamasca, tra cui il castello di Sovere. Dal 1797 al 1814 Sovere fu aggregato alla Repubblica Cisalpina, ma alla Caduta di Napoleone passò all'Impero Austro Ungarico fino al 1859. Ricordiamo che durante le Guerre risorgimentali alcuni concittadini parteciparono attivamente come il Maggiore Caloandro Baroni (autore delle memorie “I lombardi nelle guerre Italiane 1848-49”) e il tenente Cleante.

 

Convento frati cappuccini ospitale nella sua francescana bellezza

 

Già nel XII secolo è presente sul colle di S. Maurizio una chiesa dedicata al santo. Il convento viene fondato nel 1447 in un momento in cui la religiosa Lovere si trasforma in una cittadina francescana: il passaggio di San Bernardino da Siena (1380-1444) suscita, infatti, grande interesse verso l’ideale evangelico così come viene vissuto da San Francesco.

Il Convento dei Frati Cappuccini venne edificato a partire dal 1560 e terminato nel 1571, al finanziamento dell'opera partecipò in gran parte il Comune di Sovere con l'aiuto di parecchie donazioni private e fu il primo nella Bergamasca

 I Frati Osservanti dell’Ordine francescano vi rimangono fino al 1601, quando subentrano i Riformati, altro ramo dell’Ordine, che ampliano notevolmente l’edificio. Nel 1805, Napoleone ne ordina la soppressione che avviene nel 1810.

L’edificio viene messo all’asta e la famiglia che ne viene in possesso fa demolire sia la chiesa che il convento. Si salvano dalla distruzione il muro di recinzione, un piccolo edificio interno e la Cappella di S. Pietro che racchiude un pregevole affresco del ‘400 raffigurante la Madonna in trono col Bambino. La cappella, costituita da un unico vano di forma rettangolare su pianta quadrata con volta a crociera ogivale, è coperta da tetto a due spioventi e ha un altare fisso per la celebrazione della messa. La volta è decorata con le figure di quattro santi francescani: Bernardino da Siena, Antonio da Padova, Bonaventura da Bagnoregio e Ludovico da Tolosa. Il Convento viene ricostruito a partire dal 1875 e la prima comunità di Francescani Cappuccini vi si stabilisce nel 1879.

Oggi il Convento è sede del Noviziato dell’Ordine e rappresenta punto d’incontro spirituale di tutto il territorio. Grazie alla sua invidiabile posizione, vi si può godere di una vista estesa a tutto il Sebino.

All'interno vi è un suggestivo Chiostro con al centro un pozzo, La Chiesa conserva una tela attribuita a Palma il Giovane.

) Santuario Beata Vergine della Torre Sovere.

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slanciata e artistica chiesa dedicata a due

grandi testimoni della fede e della carità cristiana

L’Istituto delle Suore di Carità venne fondato da Bartolomea Capitanio (1807-1833) e Vincenza (al secolo Caterina) Gerosa (1784-1847) nel 1832, canonizzate da papa Pio XII nel 1950: la loro opera caritatevole è ispirata a san Vincenzo de’ Paoli e si inserisce nel filone del cattolicesimo sociale lombardo del XIX secolo.

 

Negli ambienti di casa Gaia, prima sede dell’Istituto, fu ricavata una cappella, inaugurata nel 1835. Detta anche “cappella delle origini” accolse nel 1843 le spoglie della Capitanio e nel 1858 quelle di Gerosa. Alla fine dell’800 fu decorata dal pittore Luigi Morgari (San Vincenzo de’ Paoli, Deposizioni di Cristo) e dallo stuccatore Luigi Sacchi.

 

Nel 1926, in occasione della beatificazione della Capitanio, si iniziò a pensare a una nuova chiesa e fu deciso di edificarla a lato di casa Gaia. Il 1 luglio 1931 fu posta la prima pietra del nuovo edificio, progettato dall’architetto Spirito Maria Chiappetta, improntato a un gusto neo-medievale; la consacrazione avvenne il 1 ottobre 1938 con la dedicazione a Cristo re dei Vergini in onore delle fondatrici. La nuova struttura si innestò sul vecchio edificio dell’istituto e fu disposta in modo che la camera dove morì Bartolomea Capitanio si affacciasse all’interno del tempio e adattando la cappella preesistente come atrio per l’accesso dall’istituto.

Rivestita di granito rosa, la struttura è dominata all’esterno da uno slanciato campanile. Le due scale porticate sono decorate da mosaici della Scuola Vaticana, su cartoni del pittore Pasquale Arzuffi, raffiguranti la Risurrezione del figlio della vedova di Naim e il Discorso della montagna mentre i parapetti in bronzo con i Simboli degli evangelisti sono della fonderia artistica M.A.F. di Milano su modelli dello scultore Giovanni Manzoni.

 

L’interno presenta una pianta quadrata che racchiude una croce greca a tre navate, di cui una centrale più ampia, scandita da quattro grandi colonne, che sorreggono archi a sesto acuto con volte a crociera, decorate da mosaici con la raffigurazione delle Dieci vergini.

 

La ricca decorazione pittorica e musiva, opera della scuola del pittore Fermo Taragni, è carica di riferimenti simbolici e di richiami alle sacre scritture; mentre la parte figurativa presenta lungo le pareti dell’aula il ciclo del Corteo di vergini e martiri, opera di Umberto Marigliani con la collaborazione di Giuseppe Grimani, che reinterpreta in chiave preraffaellita un tema dalle radici paleocristiane e si conclude nei grandi affreschi dell’abside, dominati al centro da Cristo Re dei vergini che incorona le Sante. Allo stesso Marigliani spettano anche le quattordici stazioni della Via Crucis. Di Pasquale Arzuffi sono invece i dipinti murali celebrativi delle due sante, negli archi sopra i matronei: sul fondo della navata centrale, Cristo sul trono della croce benedice le opere di carità ai bambini e agli ammalati; sopra l’ingresso nella navata di sinistra la Morte di santa Bartolomea e nell’arcata di fronte Santa Vincenza predice a una suora malata che morirà prima di lei. Le opere sono improntate a una spiritualità semplice e contenuta, in sintonia con il carisma delle due sante.

 

L’ambulacro di fronte all’ingresso e gli altari sono illuminati da vetrate eseguite da Costantino Grondona mentre quelle dei matronei sono del pittore Cesare Giuliani: tutte raffigurano i Santi patroni delle province dove la Congregazione delle Suore di Carità è presente.

 

Nelle absidi laterali sono venerate le reliquie delle sante, a sinistra Bartolomea e a destra Vincenza. Al centro l’altare maggiore accoglie nel paliotto un rilievo con la Deposizione di Cristo, eseguito su modello di Giovanni Manzoni come il Crocifisso e il fregio del dossale con una schiera di Angeli adoranti. Sulle pareti del presbiterio Umberto Marigliani dipinse a sinistra la Moltiplicazione dei pani e dei pesci, e a destra le Nozze di Cana.

Torre civica/centro storico: importante complesso monumentale storico e civico che ha

meritato a Lovere di acquisire la qualifica di città insignita tra i borghi più belli d’Italia

 

 

I borghi medievali fioriscono intorno alla piazza principale, cuore pulsante della vita cittadina. La Torre Civica di Lovere, conosciuta anche con il nome di Torrazzo, svetta sugli edifici di piazza Vittorio Emanuele II, che durante l’età dei Comuni ospitava la residenza dei Celeri, signori di Lovere, e nel periodo della Repubblica di Venezia quella del podestà, governatore civile del borgo

Piazza Vittorio  Emanuele II nel Medioevo era il luogo centrale dell’abitato di Lovere; in essa confluiscono tutte le vie piccole e strette del borgo medievale. Era caratterizzata dalla presenza del palazzo podestarile e dalla torre civica, edifici pubblici di origine medievale che per centinaia di anni hanno ospitato la sede comunale e le magistrature loveresi (tribunale e carceri). Nella piazza, centro di molte attività notarili, si trovava la gogna e venivano eseguite le sentenze, anche capitali. Era inoltre il centro in cui si svolgevano fiorenti commerci, in particolare di sostanze connesse con la produzione dei panni lana attività in cui Lovere nel Rinascimento eccelleva.

La torre civica di Lovere con orologio segna lo scorrere del tempo dal 1448 ed è visitabile, salendo sulla sua sommità si potrà godere di un panorama meraviglioso. Tra gli affreschi presenti quello raffigurante il leone, simbolo del dominio Veneto. Dodici ore, le antimeridiane e le postmeridiane, che hanno visto di giorno in giorno, di anno in anno la costruzione della “Civitas”: dagli antri neolitici all’età dei metalli, dall’epoca preromana ai secoli dell’età imperiale, dal Medioevo dei diritti feudali all’epoca dei Comuni, al Rinascimento, a Venezia ed al Leone di S. Marco, dalle dominazioni straniere fino al Risorgimento, dalle Grandi guerre e dalla Resistenza alla ricostruzione fino all’epoca moderna. Ognuna di queste epoche ha lasciato tracce tangibili in Lovere; è un segno importante che testimonia di una vita civica, sociale, economica, religiosa del paese in piena sintonia con le grandi trasformazioni dell’Italia

Oggi sulla torre civica (alta circa 28 metri) si osservano alcuni affreschi richiamanti le diverse signorie che hanno dominato la cittadina, tra cui spicca un affresco con il leone, simbolo del dominio veneto, recante la data 1442

  • Chiesa Basilica di Santa Maria in Valvendra-Via Gobetti, 24065 Lovere BG

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Santa Maria in Valvendra, la chiesa più grande della diocesi di Brescia, sorge all’estremità nord di Lovere, all’esterno del Borgo sviluppatosi tra Quattro e Cinquecento al di fuori delle mura trecentesche.La chiesa fu voluta come santuario votivo dedicato alla Vergine delle Grazie dalle famiglie del Borgo, che si erano notevolmente arricchite con il commercio del noto panno di Lovere.

Situata in località Val Vendra, dove scorre l'omonimo torrente, venne edificata, in soli dieci anni, dal 1473 al 1483, su un imponente terrazzamento artificiale, dove vi era già un'edicola, dopo aver deviato e imbrigliato il torrente, con lo sbancamento di molto terreno sulla parte a monte e la posa di plinti a sostegno sulla parte verso il lago, per dare alla chiesa il classico orientamento liturgico con abside a est e ponendo l'ingresso principale sulla viabile urbana che nel Quattrocento passava a monte. La posizione complessa della chiesa era però considerata l'unica soluzione per l'edificazione di una chiesa di grandi misure, fa considerare che vi fossero sul territorio architetti di grande esperienza ma che rimangono sconosciuti. La chiesa fu inizialmente costruita con un progetto gotico, che fu poi abbandonato. Lo storico Alessandro Sina, riteneva che i costruttori fossero i maestri comacini o i maestri campionesi, come avrebbe indicato l'inserito in un documento di compravendita del 1491: «magister Paulus pd. magistri Dominici de Vischardis de Layno lacus Cumarum». Non è rimasta testimonianza di quale fosse l'oggetto di questo acquisto e la datazione è successiva agli inizi della costruzione, ma fa parte sicuramente dell'edificio originale.

A partire dal 1473, forse riprendendo qualche preesistenza, iniziò l’erezione dell’imponente chiesa. Nel 1513-1514 fu decisa la fondazione di un convento di Francescani Osservanti, che già officiavano la chiesa almeno dagli anni Ottanta del Quattrocento e di un annesso lanificio per la produzione del panno monachino, soppresso nel 1779. La chiesa fu infine consacrata il 2 agosto 1520.

La sua costruzione fu voluta dai ricchi produttori loveresi di panni lana come voto alla Vergine. La nuova ricchezza portò all'edificazione di nuovi palazzi a est dell'antico borgo, nella zona denominata contrata San Martino dove si allestiva il mercato cittadino. I nuovi fabbricati erano anche luogo di deposito della merce con i grandi magazzini delle ricche famiglie degli Alghisi, Barboglio, Bazzzini, Bosio, Celèri, Gaioncelli, Lanze, Lollio, Dorgatti e Sbardelati e proprio queste famiglie contribuirono all'edificazione della grande basilica, come indicato negli stemmi presenti nell'aula. Contribuirono alla sua edificazione anche le predicazioni dei frati domenicani e francescani che si trovavano sul territorio per l'edificazione del convento di San Maurizio, che avevano creato un clima di maggiore spiritualità, nonché la volontà del vescovo di Brescia Domenico Dominici che aveva indetto un sinodo nel 1467 e successivamente una visita pastorale della diocesi. La concessione per la sua edificazione fu firmata il 21 marzo 1473 dal vicario Nicolò da Perugia:

Della chiesa ne avevano cura i padri francescani che nel secolo successivo vi aggiunsero i locali del convento. L'edificio di culto fu consacrato il 5 agosto 1520. Nei primi anni del Cinquecento la chiesa fu adornata di pitture da Floriano Ferramola (Brescia, 1478 circa – Brescia, 3 luglio 1528)  e nel 1515 il duomo di Brescia regalò le ante dell'organo dipinte da Alessandro Bonvicino detto  Moretto   (Brescia 1498 circa - ivi 1554)  che furono inserite nella nuova cantoria posta a destra della zona presbiteriale.[ Nel Seicento fu terminata la decorazione sul lato a meridione dell'edificio che fu ultimato e restaurato nel 1647.

I rapporti però tra i frati e le autorità cittadine si guastarono e nel 1686 furono allontanati dalla località e sostituiti con i padri Barnabiti i. Il convento, con un decreto del Senato fu soppresso nel 1769. Nel 1779 l'amministrazione comunale ne acquistò i beni che erano stati requisiti dallo stato al prezzo di 10.800 lire e istituì nei locali inizialmente l'accademia Brigenti, che era stato fondato dai fratelli Ludovico e Giacomo Brigenti nel 1626 e successivamente seminario diocesano.  Fu chiuso nel 1820 . Durante l'invasione napoleonica la chiesa fu oggetto di ricovero dei cavalli dell'esercito almeno per sei mesi, furono rimossi gli stemmi delle famiglie nobili e solo il 17 dicembre 1800 tornarono al culto con la nuova consacrazione il 24 settembre 1801 da monsignor Giovanni Nani.

La chiesa si presentava danneggiata e richiese lavori di restauro. La volta fu ricostruita nel 1805 e la cappella dedicata alla Madonna del Paradiso fu ultimata nel 1842 dopo il voto dei cittadini durante l'epidemia del 1836. Nel 1854 furono collocate le vetrate istoriate commissionate dalla famiglia Bosio a Pompeo Bertini. Il comune a causa dei costi necessari ai restauri vendette nel 1890 il picchiotto del portale quattrocentesco poi recuperato e esposto nell'Accademia Tadini.

Il tetto necessitò di un restauro a carico del comune nel 1929 e nel 1934 a spese della sovraintendenza ai Monumenti della Lombardia fu fatta la nuova pavimentazione, nello stesso tempo fu richiesto il trasferimento del titolo di parrocchiale dalla chiesa di San Giorgio.

 

Nel 1889 nella chiesa fu collocato il nuovo organo in sostituzione a quello del Cinquecento, ma posto nella cassa originaria realizzato da Giovanni Tonoli. La chiesa fu oggetto di un attendo restauro tra il 1985 e il 2014 con il consolidamento dei portichetti e il restauro della facciata.

 

La costruzione iniziò in forme tardogotiche e continuò poi in forme rinascimentali di gusto lombardo-veneto. L’esterno presenta una facciata spoglia, scandita da quattro contrafforti e preceduta da un portico con volte a crociera decorate a graffito. Ai lati si aprono due finestre sagomate di gusto gotico mentre al di sopra campeggia un rosone. Il portale di forme classicheggianti fu realizzato dallo scultore milanese Damiano Benzoni nel 1519 e conserva nella lunetta un affresco cinquecentesco con l’Annunciazione. Sul lato destro si apre poi un protiro con portale a modanature intrecciate, realizzato da maestranze di provenienza tirolese.

 

L’interno è suddiviso in tre navate da due file di colonne; la navata centrale è coperta da una volta a botte. La navata centrale è interamente affrescata dal bresciano Floriano Ferramola nel 1514 con una decorazione a cassettoni sulla volta, una grande Annunciazione sulla fronte dell’arco trionfale, i Dodici Apostoli e i simboli degli Evangelisti sopra le colonne, i Padri, Dottori della Chiesa e Teologi nella cornice. Le navate laterali, coperte da volte a crociera, presentano finte architetture che accolgono figure di Profeti e Sibille, realizzate nel 1594.

Le nove cappelle disposte sul lato sinistro, chiuse da cancellate di ferro, furono edificate tra il primo e il secondo decennio del Cinquecento. Tra le opere qui conservate si segnalano gli affreschi della seconda cappella, dedicata alla Trinità, realizzati nel 1580 da un artista vicino all’autore della pala dell’altar maggiore; quelli della quarta e quinta cappella, dedicate a san Giuseppe e all’Immacolata, realizzati nel 1544 e nel 1535 da Andrea da Manerbio e, infine, i dipinti della cappella di San Francesco, compiuti da Gian Giacomo Barbelli nel 1647.

Descrizione

Esterno

 

Portale d'ingresso lavoro di Damiano Benzoni del 1519

La chiesa è la più grande della diocesi di Brescia, si trova di fronte al cinquecentesco palazzo Bazzini che ha l'ingresso posto proprio di fronte all'ingresso laterale dell'edificio L'edificio è posto a nord di Lovere lungo il declivio della Val Vendra che ha una pendenza compresa tra il 10 e il 12%, e il fronte principale è raggiungibile da una gradinata in pietra simona coperto da un porticato con tre volte a crociera con graffiti a ornamento, completo di colonnine in pietra, con tre grandi fornici per lato realizzati nel 1520, sostenute da colonnine rinascimentali, risalenti al 1520, come documenta un atto del 17 aprile 1497 che testimonia l'acquisto di legname da parte di Marsalus de Celeriis e Bonomus Sbardelati per la chiesa di Santa Maria. Il portale in pietra è opera di Damiano Benzoni.

 

La chiesa si presenta otto metri inferiore al livello stradale. Il fronte principale a salienti del XVI secolo, si presenta con impianto a capanna con il portico centrale e il grande oculo atto a illuminare l'aula. Quattro contrafforti definiscono le tre parti della facciata, più alta nella parte centrale e di minore altezza nelle due laterali, atte ad anticipare le tre navate dell'interno. Laterali vi sono due aperture trilobate e molto strombate. La costruzione originale aveva caratteristiche ancora gotiche, a testimonianza restano ghiere ogivali poste nelle due navate minori con chiave d'arco a costolatura incrociate a losanga, la cornice di gronda che presenta archetti trilobi pensili solo sulle facciate laterali, cinque finestre con cornici strombate con archi e stipiti sagomati, il portale minore, la cornice del portichetto laterale con unghioni, e all'interno le navate a sesto acuto delle cappelle delle navate minori e del presbiterio.

 

 

Pietro Marone-Assunzione della Vergine

Il porticato di grandi dimensioni presenta lesene complete di capitelli che reggono l'architrave e la lunetta affrescata con l'immagine dell'annunciazione, dalle forme ancora relative al XV secolo, e anticipa la grandezza dell'aula. La parte superiore della facciata, ospita tracce di un affresco raffigurante l'Assunta fra i santi Francesco e Antonio.

 

Interno

L'interno, si presenta di grandi dimensioni sviluppandosi su un impianto basilicale di 80 m. di lunghezza e 50 m. di larghezza preceduto da un'ampia gradinata che rende la visione con chiarezza delle dimensioni ampie dell'aula, che inizialmente si presentava in stile tardo gotico, poi variato in sede di edificazione in architettura rinascimentale, conla volta a botte. La grandezza dell'aula voltata a botte è una novità per le località che nelle ampie chiese vedeva la volta a crociera., prendendo così spunto dall'ambiente veneziano come la chiesa di San Michele in Isola progettata dal bergamasco Mauro Codussi.

 

La struttura prevede tre navate divise da dodici colonne cilindriche poggianti su basamenti e complete di capitelli in stile quattrocentesco ma completi di stucchi bicromi bianco e oro di foggia seicentesca. La navata centrale sormontata da una volta a botte, che ha un'ampiezza di 50 m. poggiante sulle colonne in stile toscano e che riprende quella della chiesa di Sant'Andrea di Mantova del 1470, ed è unica, nella sua ampiezza, della provincia bergamasca. La volta è completamente affrescata da Floriano Ferramola.

 

Sulla navata di sinistra si aprono le sette cappelle realizzate nel XVI secolo a pianta esagonale con volta a ombrello a eccezione di due che hanno subito variazioni che hanno rimosso le nervature barocche, che hanno sostituito semplici altari. L'aggiunta delle cappelle in un periodo successivo all'edificazione della chiesa è visibile esternamente dalla serie di contrafforti e dalle finestre. La loro dedicazione confermerebbe la costruzione ad opera dei frati francescani, quindi in data successiva al 1514 quando vengono autorizzati all'uso della chiesa. Un atto di procura testimonierebbe che la chiese era ancora in fase di costruzione il 15 gennaio 1515.

 

 

Interno della basilica

Le decorazioni dell'aula sono state eseguite per quando riguarda la navata nel Cinquecento e nel secolo successivo nel presbiterio anche se conservano un'unità di stile iconografico, che come avveniva nel Medioevo doveva condurre l'osservatore alla Biblia pauperum.

 

Le navate

Le raffigurazioni sono inserite in rapporto all'importanza, vi sono quindi nella navata sinistra sulle pareti le sibille con i motti che erano ben lontani dall'annuncio evangelico, sulla navata destra i profeti e sulla cornice di volta i padri e i dottori della chiesa. I personaggi sono raffigurati in copia: Baruc con Zaccaria, Ezechiele e Daniele, Osea e Michea, Abacuc e Amos, Gioele e Abdia, Giona e Sofonia, Aggeo e Malachia. mentre in quella centrale dove spicca sull'arco trionfale l'annunziazione gli apostoli, ognuno di loro dipinto sulle dodici colonne, e i loro simbolo sulle semicolonne agli angoli della navata, I dottori della Chiesa sono raffigurati sopra le arcate della controfacciata. I santi Agostino, Ambrogio, Gerolamo e Gregorio sono posti alle estremità con santi. Il ciclo è completato con i medaglioni raffiguranti i dodici apostoli.

 

La decorazione furono dipinti da Floriano Ferramola quando l'edificio era già stato completato e la navata centrale fu la prima riportando sotto il medaglione di san Mattia la scritta 1514 OPVS FLORIANI FERRAMOLAE/C [vis]BRIXIAE.

 

Le cappelle

Sul lato sinistro della basilica vi sono nove cappella, l'ottava e la nova fanno parte del progetto originale.

 

Prima cappella

La prima cappella era dedicata a san Giovanni Battista e conserva la pala datata 1575 di scuola bergamasca raffigurante la Madonna col Bambino tra i santi Giovanni Battista e Caterina d'Alessandria, in stile moroniano, inserita in uno sfondo raffigurante un paesaggio montano. Nella parte inferiore a sinistra vi è dipinto lo stemma della famiglia Gaioncelli che ne aveva il giuspatronato e che aveva commissionato il dipinto. La famiglia Ardenghi subentrò poi nell'amministrazione della cappella. Vi si conservato tre tele ottocentesche lavori di Antonio Guadagnini rappresentanti la Natività di Maria, Presentazione di Maria al tempio e Incoronazione della Vergine. provenienti dalla quinta cappella. Nel 1936 la cappella fu completata con il battistero e completata con affreschi nel 1960.

 

Seconda cappella

La cappella cinquecentesca dedicata alla Sacra Famiglia, era originariamente dedicata alla Santissima Trinità, e godeva del patronato della famiglia Bazzini. Il frontespizio, realizzato nel 1580, con elementi del tardo XVI secolo presenta nel timpano triangolare la scritta: «MAJOR TRINO ET VNO JO. BAPT. GVERRERIVS MANT DEVOTE DIC MDLXXX»e sui pilastri la raffigurazione dei santi Giovanni Battista, Gerolamo, Francesco e Antonio. La decorazione della navata è di ignoto di scuola cremonese. La pala d'altare raffigurante la Sacra famiglia è ottocentesca mentre l'ancona sicuramente del Cinquecento è in legno dorato con le statue di due mori laterali che sorreggono il sole e la luna.

 

Terza cappella

La cappella è dedicata a sant'Antonio da Padova, e presenta sul timpano del frontespizio la scritta: «PETR. ET LVC. NICOL. DE CAPIT. LVARI P. AN. MDCXIV». La cappella fu decorata nel 1751 da Filippo Giovanni Velzi. La statua raffigurante il santo fa da pala d'altare di scuola fantoniana, inserita in una tela raffigurante i santi Carlo Borromeo, Chiara, Rosa e Bernardino. La cappella fu completata nel 1614 dalla famiglia De Capitani trasferitasi a Lovere nei primi anni del Seicento e fu restaurata nel 1751 su commissione dei frati del convento come indicato sulla epigrafe: «RELIG.HVIVS CONV. INDVS. ET PIET. BENEF. RESTAV. AN. 1751» posta sui pilastri d'ingresso.

 

Quarta cappella

Costruita nel 1513 e dedicata si santi Defendente e Valentino fu poi intitolata a san Giuseppe nel 1522 per desiderio della comunità di Lovere. La controfacciata presenta sul timpano spezzato l'immagine del santo in rilevo inserita in una cornice. La cappella era gestita dalla congregazione di san Giuseppe che commissionò gli affreschi nel 1544, la datazione è indicata nell'epigrafe posta sulle lesene laterali all'ingresso della cappella: «DIE VII SEPTEMBRIS M.D.X.L.III», dove sono presenti anche i blasoni della famiglia Gaioncelli. Le lunette raffigurano il ciclo delle storie di san Giuseppe e dell'infanzia di Gesù. I tondi della volta conservano la raffigurazione dei dottori della legge, i quattro evangelisti nei tondi della volta, e nei sottarchi i dottori della chiesa con la colomba dello Spirito Santo. La pala raffigura lo Sposalizio di Maria opera di ignoto di scuola bresciana. Il dipinto è inserito in un'ancona lignea settecentesca con a fianco le statue dei santi originariamente titolari: Valentino e Defendente.

 

Quinta cappella

La cappella si presenta similare a quella precedente con il dipinto dell'Annunciazione posta nei pennacchi della controfacciata. Dal 2 febbraio 1524 gestita dalla congregazione dell'Immacolata concezione che ne commissionava le opere di decorazione. Nel 1535 fu Andrea da Manerbio ad affrescarla come indicato nell'epigrafe posta accanto alla finestra: «ANDREAS DE MANERBIO PINGEBAT XXV SEPT. MDXXXV». Le decorazioni raffigurano storie di Maria con la sua Natività e la presentazione al tempio. I pannelli laterali raffiguranti la Natività di Maria e la Presentazione e incoronazione sono opere ottocentesche di Antonio Guadagnini. Anche l'ancona con la raffigurazione dell'Immacolata sono oepra del Guadagnini datata 1891.Particolare è la piccola raffigurazione di Simonino di Trento.

 

Sesta cappella

La cappella originariamente era dedicata a san Lorenzo e successivamente al Crocifisso. Il frontespizio presenta la raffigurazione delle sibille con le scritte: «IN POPVLO EST SEMPER FELIX ET DIVES EGENIS PPVPERIBVSQ. SVAE èARTEM LARGITVR ARISTE» per la sibille Libica e «IN MEDIO IGNIS NON SVM AESTVATUS» per la sibilla Persica e «IN MEDIO IGNIS SVM AESTVATUS», mentre centralmente il timpano ospita la scritta: «ELEMOSINIS FABBRICAE HIC FORNIX ORNATVS EST». La cappella ospita affreschi di Filippo Giovanni Velzi, mentre l'ancona lignea dorata è opera di Gerolamo Nodari della fine del Cinquecento. Il crocifisso e le due statue raffiguranti la Madonna Addolorata e la Veronica sono opera fantoniane. La famiglia Lanze di cui rimane lo stemma posto sulla base della statua di san Lorenzo, aveva il patronato della cappella.

 

Settima cappella

Questa era dedicata a san Diego santo a cui erano devoti i frati del convento francescano attiguo alla chiesa. Le sibille poste sulla controfacciata presentano le scritte: Sibilla Ellesponica «MORTALES HOMINVS VILISSIMA CORPORA CARNALIA CVR VOS EFFERTIS NEQUE CERNITIS FINEM AEVI», e la sibilla Tiburtina il motto del re David «LAVDATE DOMINVM IN SANCTIS EIVS». La cappella fu decorata da Francesco e Stefano Vivarini. Il santo titolare è raffigurato nel paliotto dell'altare in finti intarsi policromi e ripreso nel medaglione posto al centro. La pala raffigurane San Diego con due devoti è opera di Gian Paolo Cavagna come riporta la scritta JO PAULUS CAVANEUS F. Il devoto raffigurato con gli abiti ecclesiali dovrebbe essere il committente dell'opera della famiglia Brighenti che aveva il patronato sulla cappella, mentre il secondo devoto dovrebbe essere il frate superiore del convento. La famiglia Brighenti era arrivata a Lovere nel 1580, e fu molto attiva e facoltosa estinguendosi già nel 1626. A ricordo di questi personaggi nel 1647 l'amministrazione comunale volle apporre una targa commemorativa.

 

Ottava cappella

La cappella è intitolata alla Madonna del Paradiso e la decorazione risale all'Ottocento in stile neoclassico, che hanno distrutto la precedente risalente al Settecento che avevano annullato quelle cinquecentesche. Dei dipinti originali rimane l'affresco raffigurante la cerimonia del voto dei cittadini di Lovere durante la pestilenza del 1530. La cappella fu progettata da Antonio Fratta di Bergamo e eseguita da Giacomo Zini di Viggiù e Emilio Buzzi stuccatore in marmo di Carrara. La statua della Madonna col Bimbo è opera del Novecento.

 

Nona cappella

L'ultima cappella è dedicata a san Francesco d'Assisi raffigurato in preghiera nel piccolo tondo posto all'interno del timpano della controfacciata. Le decorazioni furono commissionate da Giulio e Pietro Lollio, il loro stemma è inserito nei pilastri laterali. La pala d'altare raffigurante San Francesco stigmatizzato e san Cristoforo opera di Gian Giacomo Barbelli come indicato nella citazione posta a destra: «JACBUS BARBELLUS CREMENSIS PINGEBAT», e potrebbe aver eseguito anche l'affresco della Presentazione al tempio. La famiglia Lollio che godeva del patronato dedivava dai Alghisi di Clusone e commerciava lana.

 

Navate della chiesa di Santa Maria

Il presbiterio

Il presbiterio barocco conseguente a un rimaneggiamento Seicentesco, conserva la sua parte originale. Erano infatti già presenti sia la pala d'altare e il coro, mentre fu eseguito un ampio lavoro di decorazioni sia sulla volta che sulle pareti, fase che è presente in molte chiese del territorio come rivincita e rinascita dopo la terribile peste del 1630. La zona presbiteriale è anticipata da una cancellata ferrea della prima metà del XVII secolo, posta sul cinquecentesco basamento in pietra arenaria.

 

Le decorazioni composte da grandi pilastri e motivi barocchi creano uno spazio illusorio maggiore, e le volte presentano balconate Trompe-l'œil aperte verso il cielo. Per potr realizzare questi spazi furono eliminate le volte preesistente il semiombrello dell'abside. Furono aperte due finestre che dessero luce alle nuove decorazioni dando alla parte una forte impronta barocca.[27] Il fastigio dei due finestroni conservano l'epigrafe: «OCTAVIVS VIVIANVS BRIXIENSIS PERSPECTVM PINGEBAT SAVTIS NOSTRAE ANNO MDCXLVI» a indicare che gli affreschi o almeno le sue quadrature, sono opera di Ottavio Viviani, presente in molte chiese del bresciano. Sul grande arco trionfale è dipinta l'Annunciazione, come inizio della rivelazione opera del Ferramola. Il dipinto ha subito danni a causa dei dissesti, evidenziati nei restauri del 1993. Gli affreschi raffigurano scene della vita di Maria e di storie bibliche a cui è intitolata la basilica. Del clusonese Domenico Carpinoni è il dipinto raffigurante scene dell'Epifania e di Gian Giacomo Barbelli è la tela raffigurante la Presentazione al tempio.

 

La pala d'altare è opera del veneziano Pietro Marone raffigurante l'Assunta e s'ispira probabilmente all'Assunta del Tiziano Vecellio in Santa Maria dei Frari.

 

Sul lato destro della zona presbiteriale si possono ammirare le celebri ante d'organo già nella cattedrale di Brescia con dipinti all'interno delle stesse i santi Faustino e Giovita a cavallo, autentici capolavori di Alessandro Bonvicino detto il Moretto, mentre all'esterno l'Annunciazione opera di Floriano Ferramola.

 

La parte absidale è completata con il coro con gli stalli posti in ordine doppio. forse opera di Clemente Zamara della prima metà del XVI secolo. Si considera che lo Zamara dopo aver realizzato gli stalli della chiesa bresciana di San Giuseppe nel Cinquecento, chiesa che era gestita sempre dai frate francescani, e presentano i medesimi decori di stampo arcaico con intagli a fogliali e racemi e i blasoni delle importanti famiglia loveresi. Il coro di forma rettangolare, nel Settecento, fu riposizionato nell'abside poligonale ponendolo in posizione più avanzata quando fu posto l'altare maggiore opera di Andrea Fantoni.

 

In ottemperanza dell'adeguamento ligurgico voluto dal concilio Vaticano II, fu posto negli anni '70 del Novecento il nuovo altare comunitario.

 

La navata centrale è interamente affrescata dal Ferramola; mentre l'altare del settecentesco in marmo è della bottega di Andrea Fantoni.

  • LOVERE

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Lungolago/Piazza 13 Martiri: passeggiata e vetrina dello stile e della bellezza lacustre della città e punto di imbarco per Monte Isola.

Il lungolago di Lovere è diviso in vari tratti, dedicati a personaggi illustri. Uno di questi è la promenade Lady Mary Wortley Montagu, dedicato a questa famosa scrittrice inglese del XVIII secolo, che soggiornò spesso a Lovere per motivi di salute. Lady Mary (1689-1762)   definì Lovere " il luogo più romantico visto in vita mia". A lei è stata dedicata la passerella sul lago all'altezza del tratto chiamato Divisione Acqui. Una bella idea che da la sensazione quasi di galleggiare e che permette di avere una visione più aperta del lago.

Arrivati a Lovere, città che unisce turismo e arte troviamo la splendida piazza 13  Martiri, una delle più belle del lago d’Iseo; composta da bellissimi palazzi dal punto di vista architettonico che le fanno da cornice, è sede  dell’imbarco per la navigazione sul lago.

Al centro della Piazza  una bella fontana in pietra dedicata ai 13 martiri loveresi morti per l'indipendenza d'Italia. Significativa l'immagine della donna che rappresenta la libertà e che tiene nella mano sinistra una catena spezzata; è posta sopra un basamento ed è circondata da 2 leoni e 2 cavalli, dalle cui bocche esce acqua che ricade nella conchiglia sottostante.

La piazza ricorda i 13 martiri di Lovere. Alcuni partigiani furono catturati durante un rastrellamento fascista sopra i monti di Lovere il 7 dicembre 1943 e altri nelle loro case. I tredici giovani furono rinchiusi nel convitto «Baroni» di Bergamo, interrogati, maltrattati, picchiati, torturati.  All’alba del del 22 dicembre 1943, furono portati a Lovere con le loro bare: sette furono fucilati in località Poltragno poco prima di Lovere e sei furono fucilati a Lovere in località “Magazzini”, nel cortile di un deposito di legnami, vicino alla strada statale del Tonale. Gli uccisi furono riposti nelle bare e sepolti in un angolo solitario del Cimitero di Bergamo perché i loveresi non li potessero piangere e prendere ad esempio per la lotta antifascista. Oltre la metà di loro non aveva compiuto vent’anni.

Partendo da Piazza Tredici Martiri si accede al Borgo antico attraverso le scalinate medievali di via Cavallotti e del Ratto; da qui, percorrendo vicolo Torre s’incontra l’imponente Torre Soca (sec. XIII-XIV) situata nel rione delle “beccarie”. Si è nel cuore del paese, nel luogo cioè dove confluiscono tutte le vie piccole e strette del borgo medievale. Delle fortificazioni di quel  periodo il borgo conserva la Torre Soca (sec. XIII-XIV), la Torre degli Alghisi (sec. XII-XIII) e la Torricella dell’antica cinta muraria.

 Attraverso il tipico passaggio medievale di Portichetto S. Giorgio si raggiunge l’omonima Chiesa parrocchiale (sec. XIV-XV). Scendendo quindi lungo via Cavour si giunge in Piazza V. Emanuele II con la Torre Civica; il suggestivo percorso di risalita interno, alla scoperta della storia della Cittadina, consente di gustare dall’alto vedute mozzafiato sul Borgo ed il lago. In pochi minuti s’incontrano la Torre degli Alghisi (sec. XII-XIII) ed il Santuario delle due Sante loveresi Capitanio e Gerosa, meta di numerosi pellegrinaggi. Ritornati in Piazza V. Emanuele II, proseguendo lungo i vicoli medievali della Stretta e di S. Giovanni al Rio, si raggiunge Piazza Garibaldi con l’Accademia Tadini. Da qui, percorrendo gli splendidi lungolaghi e la via XX Settembre si arriva all’incantevole Basilica di Santa Maria in Valvendra (sec. XV), situata nel Borgo rinascimentale. Lungo il percorso, si può ammirare la Torricella dell’antica cinta muraria che difendeva la Cittadina nei secoli XIV e XV.

Scendendo di nuovo sul lungolago si incontra il Palazzo Tadini, che ospita la galleria Tadini. Ospita una collezione di opere di scuola lombarda e veneta del 15° e 16° secolo. Aperta dal Conte Tadini nel 1828 ospita anche sculture, armature, medaglie, arazzi e porcellane mentre nella cappella dove è sepolto il figlio Faustino il cenotafio è scolpito da Antonio  Canova.