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Testi a cura di Orietta Pinessi

TAPPA 3 : VERTOVA- ONETA SANTUARIO DEL FRASSINO

  • Santuario di San Patrizio - Via S. Patrizio, 26, 24020 Colzate BG

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«Chi fà ü gir intùren a San Patrésse

(o Patrizze) a l’ pèrd töcc i

ésse» (trad.: chi fa un giro attorno

a San Patrizio perde tutti i vizi)

 

É il celeberrimo adagio che in ValSeriana ricorda l’ardita collocazione del Santuario su di uno sperone roccioso… così impervio da provocare la perdita di ogni vizio in chi intenda percorrerlo lungo il suo perimetro. In effetti,come aggrappato  al suo sperone alle pendici del monte Cavlera,in località Grumi ad un’altezza di circa 620 metri,  immerso nel silenzio di prati e boschi, il Santuario di San Patrizio a Colzate sembra essere stato modellato dalla natura stessa.

Il Santuario è quasi un “propileo” che introduce all’Alta Valle,  ma è prima di tutto un riferimento chiaro e condiviso nella storia e nella geografia della nostra Valle.

San Patrizio , come è noto,  è il patrono d'Irlanda ed è importante precisare che  in tutta l’area italiana è assai raro individuare testimonianze del culto a questo grande Vescovo evangelizzatore.

Invece il legame tra i seriani e il  patrono degli irlandesi viene da lontano, si perde nei secoli remoti, quando  la produzione laniera spinse gli abitanti di queste valli a cercare lontano le lane migliori o forse quelle più economiche per il loro lavoro, lassù al nord dell’Europa nella verde isola che un tempo si chiamava Hibernia. E, a sua volta, qualche hibernino dovette trafficare in valle se ancora oggi se ne scorge il rimando in un diffuso cognome vertovese: Bernini, appunto. Questi legami commerciali portarono con sé, insieme alla lana, la devozione a un santo pressoché sconosciuto nel resto dell’arco alpino e rarissimo da individuare tra i culti dell’intera latitudine mediterranea.

Impervio, isolato e misterioso è questo luogo, che non poteva non essere dotato di un pozzo. Profondissimo , eco forse delle leggende legate alla profonda caverna posta su un isolotto irlandese del Lough Derg (Donegal). Legata alla tradizione di San Patrizio vi è infatti la celebre leggenda medievale del pozzo. Quando San Patrizio si trovava in Irlanda a predicare, dopo molti digiuni e orazioni, ebbe da Dio il comando di tracciare un cerchio per terra con il suo bastone sull’isola di Lough Derg dove era solito ritirarsi a pregare. Il suolo si aprì e comparve un grandissimo e profondissimo pozzo; poi, per divina rivelazione, San Patrizio seppe che qualunque persona vi fosse entrata e vi fosse stata un dì e una notte, veramente pentita e armata della divina fede, sarebbe stata purgata da tutti i suoi peccati, perché laggiù avrebbe visto i tormenti del Purgatorio a cui i peccatori erano destinati. La cavità divenne successivamente meta di pellegrinaggi sino a quando papa Callisto III diede ordine di chiudere la grotta per evitare idolatrie.

Ed ecco che accanto al Santuario si apre una specie di pozzo, o meglio una buca “la Tamböra de San Patrésse”che penetra nella cavità del monte Cavlera, verso il basso. Secondo la leggenda la cavità scende in profondità sino a raggiungere il livello del fiume Serio, c’è chi afferma che accostando l'orecchio alla cavità si possa udire il rumore lontano del fiume che scorre impetuoso.

Si ignora l’epoca precisa in cui fu eretto il primo nucleo del Santuario, ma notizie documentate si hanno a partire dall’anno 1281.

La parte più antica del complesso architettonico risulta essere il cosiddetto Sacello, che si vuole, nelle forme attuali, di impianto quattrocentesco. affrescato poi da Jacopino dè Scipioni nel primo ‘500 con scene della vita e dei miracoli del Santo. Stupisce l’impressionante giudizio universale che sovrasta la piccola abside a forno adornata di una tenera  Natività. Nell’affresco superiore, la Madonna e San Giovanni Battista assistono alla Resurrezione dei morti. Sul blocco dell’altare c’è una piccola Crocifissione venuta alla luce nel corso dei restauri del 1986. L’oratorio è adornato anche all’esterno, ove si trovano altri affreschi quattrocenteschi: un Santo Jesus, una Santa martire non identificata, un gigantesco S. Cristoforo e la bolla delle indulgenze di Papa Alessandro VI (1492- 1503).

Dal 1590 al 1605 venne edificato il Santuario grande in contemporanea con la cappella dedicata a San Lucio, pastore e casaro, dove sul lato a destra vi è una nicchia con un dipinto seicentesco rappresentante San Patrizio e sulle pareti nord e est sono appesi gli ex voto dedicati al Santo.

Dal 1590 al 1625 ebbe luogo l’erezione dei locali circostanti la chiesa: la sacrestia, la stanza del romito, la sala dei reggenti e la sala della Confraternita dell’Angelo Custode. Dal 1695 al 1715 venne completato lo spazio sacro del santuario con la formazione del portico perimetrale e la sopraelevazione del campanile all’altezza attuale. Agli inizi del Seicento risalgono gli affreschi del presbiterio che riguardano i miracoli di S. Patrizio e dei 12 apostoli sulle lesene della navata. Al centro del coro la grande pala di S. Patrizio con S. Mauro, San Gregorio Barbarigo e San Michele Arcangelo.

L’opera fu eseguita nel 1750 da Francesco Cappella e sostituì una tela precedente firmata da Enea Talpino (1611) che venne trasportata nella Prepositurale di Vertova. Da notare sulla cornice lo stemma del Comune di Vertova con l’immagine dell’antico ponte. Opera del Cappella sono anche gli affreschi della volta.

Tutta la decorazione della chiesa è stata concepita secondo i criteri dell’arte barocca. In una nicchia accanto al presbiterio si può ammirare una maestosa statua lignea policroma di San Patrizio attribuita alla scuola dei Caniana.

  • Barbata - Chiesa della Madonna della Mercede

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Barbata

Barbata è una frazione del comune di Colzate posta a un'altezza di circa 900 m s.l.m. sulle propaggini orientali del monte Cavlera, nei pressi dello spartiacque con la val del Riso e vicina all'altra frazione di Bondo. Al termine della strada che percorre la località è situata la chiesa della Madonna della Mercede, sussidiaria della parrocchia di Bondo, e un piccolo nucleo abitato solo nel periodo estivo.

Barbata era all'inizio solamente un luogo di passaggio per i galeotti che da Bondo si dirigevano nelle miniere. Con il tempo alcune persone cominciarono a stanziarsi sull'altopiano che poi costituirà il comune di Barbata.

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Nel XII secolo entrò a far parte della Confederazione de Honio, insieme a Colzate, Vertova, Bondo, Rova, Gazzaniga, Fiorano e Semonte. Questa lega di comuni entrò in conflitto con il Barbarossa assieme alla Lega Lombarda ed era sotto il controllo del prefetto di Bergamo.

 

Nel 1263 la lega venne abolita e Barbata venne inclusa nei confini comunali di Gorno, posto nella vicina Val del Riso, con cui legò le proprie vicende amministrative fino al 1766, quando venne aggregata ad Oneta. Con l'arrivo della napoleonica Repubblica Cisalpina, si verificò una revisione dei confini, che portarono Barbata a unirsi con Bondo ed acquisire la propria autonomia, assumendo la denominazione di Bondo con Barbata. L'anno successivo il neonato comune allargò i propri confini accorpando anche gli altri borghi montani di Orezzo e Ganda. Quest'unione di quattro nuclei senza continuità territoriale tra loro durò poco, dal momento che già nel 1805 Bondo e Barbata tornarono nelle competenze di Gorno.

 

Nel Cinquecento fu realizzata la chiesetta che riporta come data il 1571, grazie all'intervento di alcuni Trinitari della Mercede che cercano in qualche modo di istruire la popolazione del borgo.[6]

 

Con il nuovo cambio di governo, che vide subentrare l'austriaco Regno Lombardo-Veneto alle istituzioni francesi, il borgo nel 1818 venne incluso nei confini di Colzate, comune di cui fa tuttora parte.

 

Nel 1827 venne definitivamente sciolta la Confederazione de Honio, con Colzate che acquisì formalmente il possesso di tutte le terre collinari e montuose ricoperte dai boschi limitrofi dell'abitato di Barbata.

 

In quegli anni, all'incirca agli inizi del XIX secolo, il piccolo borgo venne assalito dai lupi e in questo modo gli abitanti cominciarono ad abbandonarlo. I pochi abitanti rimasti si stabilirono nella "nuova Barbata" che si trova sopra quella vecchia, lasciando definitivamente il borgo originario. La vecchia Barbata (che ha preso il nome di "Barbàda de Lét") è stata acquistata dalla famiglia Branchi che ne è la proprietaria. Alle case di Barbata, sotto la chiesetta, sulle finestre sono riportate le date in cui terminò la loro costruzione.

 

 

 

Al termine della strada che percorre il  piccolo comune di Barbata, una chiesa sobria e semplice.

La Chiesa di Barbata è dedicata alla Madonna della Mercede e risale al XVI secolo, ad opera dei Trinitari della Mercede. È collocata in una posizione panoramica e dal piccolo e bel sagrato si possono ammirare diverse cime delle Prealpi Orobiche e Valle del Riso.

L’attuale campanile è datato 1500 mentre la chiesetta, costruita su una precedente cappella è stata costruita nel 1571, data incisa sul portale in pietra ad arco.

  • Santuario Madonna del Frassino - Via Santuario del Frassino 13, 24020 Oneta

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Un luogo di preghiera, di pace e di immersione nella natura, grazie a un paesaggio stupendo. La località viene chiamata “frassino”, da cui il nome del Santuario, forse perché un tempo in loco sorgeva appunto un maestoso frassino, di cui oggi non esiste più traccia.

Il Santuario, con una semplice facciata a capanna, s’affaccia sulla valle come da un balcone. Sul piccolo portale d’ingresso, un tondo con l’immagine dell’apparizione della Madonna alla giovane Petruccia. Davanti alla facciata una struttura in ferro porta una grande scritta: AVE MARIA GRATIA PLENA DOMINUS TECUM.

Il miracolo

In questo angolo solitario delle montagne bergamasche, la Madonna si sarebbe resa presente con un evento straordinario, testimone una giovane ragazza. Le informazioni che abbiamo sull’episodio ci vengono dagli atti della Visita pastorale del vescovo Lippomane (1536) e successivamente da quelli della visita di San Carlo Borromeo (1575). Vi si legge che un’immagine della Madonna, dipinta sulla parete di una fontana, iniziò a sanguinare in un anno non precisato. Ne fu testimone una donna (i testi non riportano il nome) che, con un panno di lino, raccolse le lacrime di sangue sgorgate dagli occhi dell’immagine miracolosa. Il sangue rimasto impresso sul panno venne interpretato come una prova dell’apparizione.

Su queste scarne notizie la tradizione popolare ha costruito, lungo i secoli, un racconto devozionale senza garanzie storiche. Innanzitutto la donna fu identificata come una giovane pastorella di 14 anni, di nome Pierina Carobbio, chiamata familiarmente Petruccia.

La ragazza si recava ogni giorno in quel luogo isolato con le sue pecore. Un giorno, inginocchiata ai piedi di un grande frassino, si raccomandò alla Madonna perché la liberasse da un forte dolore agli occhi. La Madonna le apparve, la confortò, poi tinse con alcune gocce di sangue il velo di Petruccia indicandole di portarlo agli occhi che subito guarirono. La tradizione indica anche ora e data dell’evento: le quattro del pomeriggio del 2 luglio 1512.

Non possiamo avere nessuna garanzia storica di questo racconto, ma cogliamo la grande devozione che vi sta dietro e che ancor oggi dà significato al santuario di Oneta.

Il santuario

Al tempo del miracolo esisteva in loco un piccolo oratorio campestre con due arcate chiuse da una cancellata. A pochi metri sorgeva un fabbricato provvisto di cisterna con un portico che si apriva sulla facciata, sotto il quale vi era una fonte a cui si accedeva scendendo quattro gradini.

Nel 1524 venne costruita una chiesa nuova a fianco dell’oratorio. Nel 1615 venne ampliata e si costruì anche il primo campanile a torre. Attorno al 1650 la chiesetta originaria venne inglobata nel Santuario più grande, che nel 1725 assunse l’aspetto attuale. Nella parete sud sono ancora visibili gli archi del vecchio oratorio.

Purtroppo nel 1938, nell’ambito dei lavori di ampliamento del piazzale venne distrutto l’edificio del fonte miracoloso che sorgeva sul lato sud del santuario. Nei recenti lavori di ripristino (2009) è stata individuata la posizione della fonte, sono state ritrovate le fondazioni ed è tornata alla luce la cisterna per la raccolta dell’acqua. L’area è stata delimitata da una cancellata: un’epigrafe spiega il ritrovamento

L’interno del Santuario è di taglio classico, a tre navate con due file di archi sorretti da pilastri; sopra vi corre una trabeazione che regge la volta a vele. Davanti al presbiterio, sopraelevato e delimitato da una bella cancellata in ferro battuto, l’edicola che racchiude la scena dell’apparizione: la Madonna consegna a Petruccia il velo con tre gocce di sangue. Presente anche una pecorella. Il gruppo è stato realizzato dagli artigiani del legno di Ortisei nel 1964, in occasione del 50° anniversario dell’incoronazione della Madonna, sostituendo quello del 1876 ormai degradato (restaurato, si trova ora nella chiesa della frazione Scullera).

Molto interessante l’antica devozione della “scoperta”. L’immagine della Madonna veniva tenuta nascosta da un velo: il pellegrino chiedeva che venisse “scoperta” cioè resa visibile, il che avveniva poco alla volta, mentre si recitavano preghiere mariane.

Numerose le opere d’arte che abbelliscono il Santuario. Prima fra tutte il bellissimo polittico della Visitazione, posto nella parete dell’abside, realizzato su tavole di legno a tre scomparti: nella parte centrale è raffigurata La visita di Maria a sant’Elisabetta, nello scomparto di sinistra San Giuseppe, in quello di destra San Zaccaria; sopra, una lunetta con l’Eterno Padre circondato da angioletti. La pala (databile a dopo il 1545) è opera di Gerolamo da Santa Croce (1490 ca-1556) nato a San Pellegrino, ma inserito nel mondo artistico veneziano, alla scuola di Gentile e Giovanni Bellini e poi di Cima da Conegliano, dei quali assorbì lo stile. Pittore molto fecondo e ben apprezzato al suo tempo.

Nella navata centrale ammiriamo quattro affreschi attribuiti a Giovanni Brighenti, insigne pittore di Clusone (1784-1861), eseguiti negli anni 1830-35

Sull’altare della navata di destra, dedicato a S. Giovanni Battista, è posta la tela dell’Incoronazione di Maria e i santi Sebastiano e Giovanni Battista (1720 circa). È attribuita ad Antonio Cifrondi (1656-1730), artista di stile tardo-barocco, nativo di Clusone molto attivo nella sua città e in val Seriana.

La pala del corrispettivo altare della navata di sinistra, dedicato a S. Francesco, è di modesto autore. Raffigura Il dono delle stigmate e la presenza, in basso a sinistra, di una Leone di S. Marco indica come alcune famiglie di Oneta avessero stretti rapporti commerciali con Venezia.

L’altare maggiore è tutto in marmo, opera dei Fantoni di Rovetta e reca ai lati due splendidi angeli adoranti scolpiti in marmo bianco di Carrara da Grazioso Fantoni (1713-1798) nel 1760. Come è noto, i Fantoni sono stati un’importante famiglia bergamasca di scultori intagliatori e architetti. Il coro ligneo in noce del 1709 venne eseguito da Giacomo Morzenti di Vertova: è stato restaurato nel 1988.